Il grande bluff

di Roy Batty | Il 2026 si apre con nulla di nuovo nel magico mondo della miscelazione.

Il sistema rimane lo stesso, autoreferenziale, una macchina che non è in grado di uscire dagli schemi, di arrivare alla gente.

Anzi, sembra proprio che il pubblico stia allontanando il proprio interesse da locali, che sembrano pensare più alla propria notorietà, ad avere un peso nella community, piuttosto che ragionare e operare per tornare ad essere pieni.

Sfortune e responsabilità

Si piange sul fatto che la gente non esce più, che i locali durante la settimana sono vuoti, che le spese sono aumentate e non si pensa tanto alle cause o a come si possa riuscire a invertire questo malaugurato corso.

Si tratta, certo, di una serie di sfortunati eventi, ma ci sono tante colpe a riguardo. La miscelazione non può pensare di reggersi su sé stessa e certamente guest e classifiche non sono la soluzione.

Così come la crescita delle fiere di settore, che sono troppe, mentre ci vorrebbero più festival capaci di coinvolgere il pubblico per farlo avvicinare a questo mondo, che è meraviglioso quando è vestito di qualità ed esperienza.

Occorre lavorare non solo sull’immagine del bartender che vuole diventare una star, celebrità che ha risonanza solo ed esclusivamente nel piccolo mondo della mixology, ma sulla miscelazione stessa.

Il bar deve essere un luogo sociale, di divertimento e di interazione.

Si dice tanto che i giovani non bevono più, ma la realtà forse è che cercano stimoli un po’ diversi che starsene in un bar, dove non ci si diverte, a bere qualcosa che fanno fatica a comprendere.

Il potere degli sponsor

Tutto si è tramutato in un grande bluff, i bartender si fanno immagine di un mondo autoglorificante che non sta più in piedi. Ed eccoli lì su quei social che hanno in parte allontanato la gente dai locali, a rappresentare un mondo che non funziona, a celebrare prodotti che non si riescono più a vendere.

Se i locali sono vuoti, i prodotti non si vendono e la conseguenza è un abbassamento della qualità, con le multinazionali della miscelazione che comprano la loro presenza e attraggono il bartender con una promessa di visibilità che non lo gratifica perché, al contrario, il pubblico vuole qualità, semplicità e onestà intellettuale.

Che credibilità puoi avere se sei sponsorizzato da un prodotto che a comune giudizio è considerato non solo commerciale, ma anche scadente?

Il bluff sta proprio in questo: cercare costantemente di mostrarsi come grandi protagonisti della miscelazione, ma utilizzando i peggiori distillati e liquori che si trovano sulla bottigliera di qualsiasi bar di scarsa qualità, dalla discoteca all’area di servizio in autostrada.

La cosa che più mi urta è il fatto che si consideri il consumatore, ossia colui che paga i drink, non degno di essere ascoltato. Se i locali non lavorano più come un tempo è anche perché il pubblico, evidentemente, vuole qualcos’altro: oltre alla qualità, si cercano il divertimento, l’emozione, l’esperienza, l’accoglienza.

Che cosa fare?

Ci troviamo di fronte a una grande tela bianca ed è un vantaggio incredibile: le nuove generazioni vanno istruite, magari partendo proprio dalla qualità e dai classici, per poi dare spazio alla creatività più assoluta e ai suoi linguaggi più misteriosi.

Se si vuole affascinare di nuovo, occorre tornare alla semplicità e riportare il bar a essere un luogo di aggregazione.

Il bluff non può durare ancora per molto: prima o poi la maschera va calata e le carte che si hanno realmente in mano vanno mostrate.


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