di Virna Bottarelli | “Tutto scintilla, tutto cerca di meravigliare gli occhi”.
È una frase tratta dal saggio del 2020 “Dubai, l’ultima utopia”, dell’economista Emanuele Felice, che mi è sembrata un buon incipit per introdurre il luogo al quale dedichiamo la copertina di questo numero: il Medio Oriente.
Non parliamo, infatti, di quella vasta e differenziata regione geografica che separa l’Europa e l’Africa dall’Asia e che include, oltre alla penisola arabica, l’Egitto, la Turchia e l’Iran.
Parliamo di un’area più ristretta, come mi ha spiegato Tibor Krascsenics, Group Beverage Director di La Petite Maison:
“L’area del Medio Oriente per noi corrisponde al Gulf Cooperation Council, un’unione regionale che comprende Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman. È un mercato molto florido, che sta sperimentando crescita e innovazione nel settore dell’ospitalità”.
Lpm Restaurants & Bar è un gruppo di fama internazionale nato a Londra nel 2007, che ha locali in tutto il mondo, Londra, Miami, Las Vegas, Mykonos, Hong Kong ecc., e Krascsenics è l’artefice, insieme al suo team di lavoro, del successo di La Petite Maison Dubai.
A lui ho fatto qualche domanda per capire meglio che cosa rappresenta il Medio Oriente oggi nel mondo della miscelazione e, viceversa, che cos’è il mondo della miscelazione per il Medio Oriente.
Che cosa rappresenta la regione del Golfo nel panorama globale della miscelazione? Possiamo parlarne come di una “nuova frontiera”?
Questa regione è diventata decisamente una delle aree più eccitanti del mondo quando parliamo di miscelazione. Fino a pochi anni fa poteva essere sì un “nuova frontiera”, ma oggi è un player globale di rilievo, che attrae enormi investimenti, talenti internazionali e ospiti estremamente curiosi. Qui le idee corrono velocemente e gli standard sono alti. Ci sono molti team di talento in tutta la regione, dai principali bar degli hotel ai concept indipendenti, che continuano ad alzare l’asticella. Assistiamo anche alla crescita di sempre più bartender locali, un’ottima notizia per il settore. E, naturalmente, sono orgoglioso del lavoro che i nostri team Lpm svolgono in tutta la regione.
Oltre a Dubai, che rimane il centro principale, quali sono le città più vivaci per quanto riguarda la miscelazione?
Direi Riyadh, Doha e Abu Dhabi. Riyadh sta crescendo molto velocemente, è un contesto dinamico ed eccitante. Doha sta beneficiando di un forte sviluppo legato ai principali hotel della città. Abu Dhabi sta migliorando di anno in anno. Ognuna di queste città, ad ogni modo, sta definendo un proprio stile e una propria personalità.
Ci racconti la tua esperienza personale nei Paesi del Medio Oriente?
Da oltre 12 anni lavoro in quest’area e posso dire che sto vivendo il capitolo più gratificante della mia carriera. In questa regione c’è un’energia che ti spinge costantemente verso il cambiamento, ti stimola a evolvere.
Nulla resta fermo qui. Grazie a La Petite Maison, ho avuto la possibilità di sviluppare progetti di locali in diversi Paesi, lavorare con team incredibili e vedere dal vivo come la cultura del bere cresce di anno in anno, diventando davvero di livello mondiale.
Sono particolarmente orgoglioso di aver contribuito a rendere La Petite Maison di Dubai il premiato locale che è oggi.
Siamo stati inseriti nell’elenco dei 50 migliori bar al mondo e siamo stati nominati “Ristorante del decennio” da Time Out Dubai (n.d.r. guida di livello internazionale pubblicata da Itp Media Group): questi traguardi riflettono non solo la qualità dei cocktail che offriamo, ma anche la coerenza, la passione per l’ospitalità e lo spirito di squadra che contraddistinguono il nostro team.
Non ho quindi dubbi nel dire che sono grato per gli anni spesi qui, che mi hanno dato nuove prospettive. In questi Paesi sono cresciuto professionalmente, sono stato ispirato e ho dato il mio contributo. E il viaggio non è ancora terminato.
Hai citato la nascita e crescita della cultura del bere in Medio Oriente. Ma qual è la storia del consumo di alcol in questa regione?
Nel Golfo, l’alcol è sempre esistito, in un contesto controllato e regolamentato, principalmente legato a hotel e ristoranti internazionali. Un tempo l’attenzione era rivolta al vino e a semplici cocktail, mentre nell’ultimo decennio ha iniziato a prendere forma una cultura dei cocktail più raffinata, sempre nel rispetto dei valori ai quali si ispira la società di questi Paesi.
Quando si è iniziato a parlare di cocktail più raffinati?
La svolta è stata tra il 2007 e il 2010. Diversi ristoranti internazionali e locali di livello hanno iniziato ad aprire, sono arrivati nella regione bartender sempre più specializzati e formati, i brand hanno iniziato a investire e gli ospiti hanno iniziato a essere più curiosi e interessati a ciò che veniva loro offerto. Da quel periodo in poi la cultura del cocktail e del bere è cresciuta molto rapidamente.
Come è cambiato, quindi, il mondo dei cocktail bar negli ultimi anni?
Nella regione il panorama dei cocktail bar si è rapidamente evoluto. Fino a non molto tempo fa, i locali erano principalmente classici bar d’hotel, mentre oggi si vedono bar sempre più audaci, creativi, direi molto più sicuri di sé. In questo cambiamento hanno avuto un ruolo importante le attività di ricerca e sviluppo.
I vari team di bar manager e bartender stanno sperimentando sapori e idee in un modo che non avevamo mai visto prima.
I barman di tutta la regione hanno migliorato le preparazioni e gli ingredienti e si ispirano sempre più alla cultura locale. Il mix di forti talenti locali ed esperienza globale ha reso la scena una delle più entusiasmanti da osservare e di cui far parte. Inoltre, ospiti, come dicevo, sempre più curiosi ed esigenti, poi, spingono tutti a migliorare continuamente.
Un esempio concreto arriva proprio da La Petite Maison Dubai: nel nostro nuovo menu Déjà Vu ogni drink è accompagnato da un elemento visivo o narrativo divertente, che offre agli ospiti qualcosa in più da gustare.
Ci sono ingredienti locali che caratterizzano la miscelazione medio-orientale e la rendono a suo modo unica?
Sì, perché questa regione ha prodotti sorprendenti, realizzati grazie a tecniche agricole moderne. Spesso usiamo datteri e sciroppo di datteri, agrumi locali, miele, melograni, fichi, erbe aromatiche.
Questi ingredienti attribuiscono ai cocktail una sorta di sapore locale, un vero e proprio senso del luogo in cui sono concepiti.
Ci sono poi pomodori di alta qualità, specialmente negli Emirati Arabi Uniti, che sono i prodotti artefici del successo del nostro Lpm Tomatini.
Una parentesi su questo cocktail è d’obbligo: ce lo descrivi?
È un mix saporito di pomodori, Campari, vodka, aceto balsamico, sciroppo di zucchero, sale e pepe.
Lo ha creato Jimmy Barrat, bartender di Nizza che ha voluto ricreare il gusto e la sensazione di mordere un pomodoro fresco con sale, pepe e un filo d’olio d’oliva.
Nel 2010 ha regalato la sua creazione a La Petite Maison Dubai, sia in segno di riconoscenza che per celebrare l’arrivo a Dubai della cucina della Costa Azzurra. Il Tomatini è il nostro cocktail d’autore, uno dei pilastri della nostra proposta.
E se guardi al futuro, che mixology vedi in Medio Oriente? Sarà ancora profondamente legata all’ospitalità di lusso?
Il lusso sarà sempre parte del Dna dei Paesi Gcc, ma credo che il futuro sarà più diversificato e si ispirerà sempre più alle esigenze locali. Vedremo più concept di nicchia, programmi analcolici più efficaci, un uso maggiore degli ingredienti locali e una nuova generazione di talenti formatisi nella regione, che daranno forma al proprio stile. È un momento davvero entusiasmante per il settore e credo che questo slancio sia destinato a durare per i prossimi anni.
Che cosa si beve in Medio Oriente?
Come racconta Krascsenics, nei Paesi del Golfo il panorama dei cocktail bar si sta evolvendo di giorno in giorno e i marchi di spirits sono sempre più attenti alle opportunità offerte da questa regione.
Una conferma in questo senso è arrivata dalla prima edizione di Gulf Bar Show, che lo scorso aprile ha accolto al Madinat Jumeirah di Dubai oltre 200 espositori e che tornerà anche nel marzo 2026.
Ma quali sono i prodotti che hanno più mercato in Medio Oriente? I ricercatori di Iwsr sostengono che Whisky, Vodka e Tequila sono in forte crescita.
Il Whisky rimane la categoria più importante, seguita da Vodka, anice (come Arak, Ouzo e Raki), Gin e Brandy.
È d’obbligo ricordare, però, che per i produttori di spirits il Medio Oriente resta un territorio nel quale le normative pongono non pochi paletti, anche se è difficile fare un discorso complessivo, avendo ogni Paese una legislazione diversa.
Come spiegano ancora gli analisti di Iws: “Molti Paesi della regione, soprattutto quelli con un forte governo islamico, hanno normative severe o addirittura divieti sulla vendita e il consumo di alcolici. Questo limita significativamente l’accesso al mercato e i canali di distribuzione. Ma anche nei mercati più liberali, come gli Emirati Arabi Uniti, il marketing e il branding devono essere attentamente adattati per rispettare le normative locali ed evitare contraccolpi”.
A complicare lo scenario ci sono poi restrizioni all’importazione, tariffe elevate e requisiti di licenza che gravano sui costi di distribuzione e sulla logistica.
La mixology vista da qui
Eppure, questi limiti non sembrano frenare il mondo dei locali in Medio Oriente. Almeno stando a quanto mi ha raccontato Sebouh Tato, co-fondatore di Gulf Bar Show: “Il Medio Oriente ha visto crescere in modo dinamico la scena della mixology negli ultimi anni.
È sofisticata, in rapida evoluzione e supera gli standard globali. Città come Dubai, Abu Dhabi, Doha, Beirut e Bahrein ospitano ora bar che rivaleggiano con i principali centri internazionali, unendo tecniche all’avanguardia con la tradizione regionale e ingredienti locali.
Il mercato era precedentemente definito dai bar degli hotel internazionali, ora è un panorama vivace a sé stante, con una narrazione e filosofie di ospitalità uniche per la regione”.
In questa filosofia dell’ospitalità, e del bere, che ruolo ha la tendenza No-Low?
Il trend No-Low è eccezionalmente forte in Medio Oriente. È trainato dal contesto culturale, dalle priorità del benessere e da una crescente domanda di esperienze analcoliche di qualità.
A differenza di molti mercati in cui il No-Low è una nicchia, qui è una parte essenziale delle drink list. Gli ospiti si aspettano opzioni analcoliche complesse, stratificate e ben presentate, che si adattino alla creatività dei cocktail.
Questo ha spinto i locali a innovare con tè fermentati, succhi chiarificati, miscele botaniche, liquori analcolici premium e abbinamenti ispirati dagli chef. In molti locali di lusso, le offerte No-Low rappresentano inclusività e un’importante opportunità commerciale, spesso superando i cocktail analcolici tradizionali, sia in termini di prezzo che di coinvolgimento dei consumatori.
La regione sta diventando leader in questa categoria, per necessità e per scelta.
Esiste un profilo di “Mixology Lover” in Medio Oriente?
Ci sono diversi profili, che si evolvono simultaneamente. Il vero amante della mixology in Medio Oriente cerca l’esperienza, è curioso e apprezza l’artigianalità. Molti sono professionisti che hanno viaggiato molto e sono attenti alla provenienza, alla tecnica e all’autenticità, amano le degustazioni, I menu concettuali, le guest-shift, le proposte in edizione limitata e un servizio che unisce creatività e storytelling.
C’è anche una fascia demografica sempre più giovane, connessa digitalmente, che risente delle influenze globali ed è desiderosa di scoprire nuovi spirits e sapori. Sono attratti dall’estetica, dal concetto di sostenibilità, dalla cultura e da locali che siano moderni e abbiano qualcosa da dire. In definitiva, credo che ciò che unisce gli amanti della mixology in questa parte del mondo sia il desiderio di confrontarsi con la creatività e di partecipare allo slancio culturale che sta plasmando la scena dei bar della regione.
Quali marchi di liquori stanno investendo di più in Medio Oriente e come si promuovono?
I marchi che si stanno muovendo più efficacemente nella regione sono diversi e spaziano da quelli di Tequila e Mezcal ultra-premium, a quelli di Whisky giapponese, Gin artigianale, Cognac di lusso, Rum e Champagne di alta qualità.
Dovendo citare dei marchi, direi i Gruppi come Diageo Reserve, Pernod Ricard Prestige, Edrington, Campari Group, Beam Suntory, Bacardi Limited. Ci sono poi produttori indipendenti di Agave che hanno aumentato significativamente gli investimenti qui.
Hanno strategie promozionali sofisticate e programmate sul lungo termine: guest shift con barman di fama mondiale; iniziative personalizzate, pop-up e takeover stagionali; masterclass formative e programmi di sviluppo per barman; partnership locali; collaborazioni con i principali gruppi operanti nell’ospitalità; lanci esclusivi ecc.
Le aspettative per il prossimo Bar Show allora non possono che essere positive. Quando e perché avete deciso di organizzare una fiera dedicata al mercato mediorientale della miscelazione?
L’idea di creare il Gulf Bar Show è nata dalla consapevolezza di un’evidente lacuna nella regione.
La comunità dei bar del Medio Oriente si era evoluta rapidamente, era ricca di talento, innovazione e investimenti significativi, ma non esisteva una piattaforma che fosse davvero all’altezza delle sue ambizioni.
Nonostante lo slancio del settore, non esisteva uno spazio dedicato in cui marchi, baristi, formatori, fornitori, investitori e locali potessero riunirsi per collaborare, imparare e plasmare il futuro collettivamente.
Il Gulf Bar Show è stato creato per soddisfare questa esigenza. Il viaggio è iniziato davvero quando Hugo Gonçalves, co-fondatore di GBS, e io abbiamo deciso di costruirlo insieme.
Hugo è stato la forza trainante, che mi ha incoraggiato a fare questo passo; ha riconosciuto il potenziale della regione e ha creduto in ciò che avevo realizzato negli ultimi 15 anni, frutto dei miei 23 anni di esperienza in questo settore. Con il Gulf Bar Show abbiamo voluto dare al Medio Oriente il palcoscenico globale che merita.
Puoi, infine, spiegarci qualcosa sul tema della prossima edizione: “The Bar Craft”?
“The Bar Craft” identifica il fondamento di tutto ciò che il nostro settore rappresenta: tecnica, precisione, narrazione, innovazione e ospitalità.
Questo focus metterà in luce l’intero spettro dell’elemento artigianale, dallo sviluppo del gusto e dalle tecniche modere alla sostenibilità, dal design del bar al ghiaccio, dalla velocità del servizio alla fermentazione, dal terroir locale alla scienza alla base dell’equilibrio.
In definitiva, il tema “The Bar Craft” è il nostro modo di celebrare l’arte e la disciplina che si celano dietro a cocktail eccezionali, offrendo a bartender e marchi una piattaforma per mostrare ciò che distingue veramente la scena dei bar mediorientali.
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