Dentro la Top 500 Bars: essere, e restare, nella classifica che non perdona

di Niccolò Amadori | Tutto comincia con un viaggio.

Anthony Poncier, consulente francese e spirito curioso, stava attraversando il mondo per il suo
secondo progetto, Le Cocktail Connoisseur, una sorta di atlante liquido costruito bar dopo bar, da Tokyo a Città del Messico, e parlando con decine di professionisti, da Singapore a Siviglia, si sentiva ripetere sempre lo stesso concetto:

“Le classifiche premiano sempre gli stessi. Conta più chi conosci di quello che servi”.

La sensazione, infatti, era quella di vedere sempre gli stessi nomi a dominare le classifiche, mentre molte realtà altrettanto valide, soprattutto in città meno centrali o meno visibili, restavano ai margini.

Da qui nasce l’idea: costruire un ranking più inclusivo, orizzontale, basato sulla qualità dell’esperienza così come viene vissuta da chi quei bar li frequenta davvero.

È questa l’intuizione che, nel 2020, dà vita alla Top 500 Bars: una classifica annuale alimentata da un algoritmo proprietario che elabora decine di migliaia di dati raccolti da clienti, professionisti del settore, viaggiatori e appassionati.

Nessuna giuria, nessun voto a porte chiuse e nessun “club”, ma solo dati, analisi e un’idea semplice quanto radicale: “Every opinion counts”.

Il risultato è una mappa globale della miscelazione in cui ogni bar ha le stesse possibilità di entrare, a prescindere da capitale, hype o visibilità. L’obiettivo non è stilare una classifica perfetta, ma dare voce a un ecosistema in continua evoluzione, in cui anche le realtà più piccole possono essere riconosciute, se capaci di costruire esperienze solide, coerenti e memorabili.

Che cosa significa essere nei 500

Essere nella Top 500 non cambia solo il modo in cui vieni percepito.

Cambia il tipo di cliente che ti cerca. Cambia il tono delle mail che ricevi.

Cambia il modo in cui la scena internazionale inizia a includerti nei propri radar.

Entri a far parte di una conversazione che prima magari ti sfiorava appena. E ti rendi conto che essere presenti non è un premio, ma un punto di partenza.

Ogni anno, a novembre, i primi 100 bar della classifica partecipano a una cerimonia ufficiale, un momento di riconoscimento e incontro.

Durante l’evento viene consegnata una targhetta simbolica con il logo Top 500 Bars, che sancisce ufficialmente l’ingresso nella top 100.

Non è un trofeo. È un segnale. Un modo per dire: “Questa esperienza è stata vissuta, riconosciuta, condivisa”.

Ma se da fuori tutto questo può sembrare una medaglia, da dentro è spesso uno specchio.

Essere nella lista non ti solleva da nulla. Anzi: ti espone. A un livello di attenzione diverso. A un’aspettativa più alta. Ogni giorno ti chiede coerenza. Ogni sera, mentre costruisci il servizio, sai che la voce di un ospite che non conosci potrebbe contribuire a tenerti dentro. O a farti uscire.

Perché esserci conta

A volte qualcuno ti chiede: “Serve davvero, questa classifica?”

La verità è che non pretende di dire chi sei. Ma ti ricorda che qualcuno ti sta guardando. Ti costringe a rimanere lucido, aggiornato, coinvolto.

E, in un settore che vive di passione, ma anche di rischio d’inerzia, questo sguardo esterno – collettivo, distribuito, non filtrato – può essere il miglior promemoria.

Per me, esserci è stato come riaccendere la luce su quello che facciamo ogni sera. Non per farlo meglio, ma per farlo con più consapevolezza. Con la sensazione che il cocktail che stai preparando, in quel momento, non è solo un gesto.

È un messaggio. E se sei nella Top 500, vuol dire che qualcuno, da qualche parte, lo ha ricevuto.


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