di Luca Tesser | Il Martini Cocktail è sicuramente il cocktail più famoso al mondo. È il più semplice, così come, allo stesso tempo, il più complesso, perché rappresenta al meglio l’arte della miscelazione.
Per noi patiti del classico, che amiamo la miscelazione per quella sua semplicità che si trasforma in complessità, brivido e suggestione, è l’emblema della raffinatezza. Perché un cocktail è, o almeno dovrebbe essere, un’opera d’arte, una perfetta sinfonia di note di gusto che, giocando fra picchi e affondi, creano una liquida perfezione. Nessun cocktail come il Martini riesce a trasformare questa magia sublime in esercizio di stile e a connettersi con il gusto, nel rispetto della storia e dell’evoluzione di quest’ultimo. Come è possibile trovare così tanti metodi, stili, varianti in un cocktail che è diventato l’icona dell’intera disciplina della miscelazione?
È vero che non ci sono modi giusti o sbagliati di fare un Martini, ma sulla questione Direct, Stirred o Shakerato è il caso di spendere qualche parola.
Direct
Il Direct Martini è un Martini Cocktail realizzato direttamente nella coppetta. Si utilizza semplicemente qualche goccia di Vermouth dry e si versa del Gin preso direttamente dal congelatore. Si tratta, quindi, di servire una dose abbondante di Gin a bassissima temperatura, senza diluizione, nella coppetta e di aggiungere, se si vuole, qualche oliva o la scorza di limone.
Per i cultori di un perfetto Martini, questa tecnica è quanto meno discutibile: si eliminano, infatti, di sana pianta, la diluizione e la personalizzazione. Anzi, i più intransigenti non lo considerano nemmeno un cocktail classico, proprio per l’assenza della diluizione e dell’acqua che, insieme a spirit, bitter e zucchero, è uno dei quattro elementi fondamentali di un cocktail. Eppure, questo è uno dei sistemi più utilizzati anche in locali con una ricca storia e tradizione in fatto di Martini. A mio parere, la definirei una modalità che non dà alcun valore aggiunto al cocktail, una semplificazione dovuta più a esigenze di servizio che a una vera e propria scelta di stile.
È accettabile se si vuole preparare un Martini a casa, ma in un locale bisognerebbe quantomeno alleggerire il tutto con la giusta dose di acqua nel Gin, abbassando di un minimo il tenore alcolico.
Stirred
Lo Stirred Martini è il Martini come dovrebbe essere: diluito, arricchito dall’esperienza del bartender in termini sia di scelta di prodotto sia in termini di tecnica. Non c’è nulla di più perfetto di un Martini mescolato a dovere, con la giusta diluizione e la giusta temperatura.
Sulla scelta del Gin e del Vermouth si aprono poi diverse possibilità e interpretazioni, ma l’importante è che la mano del bartender si esprima qui al meglio: questo è, in definitiva, il motivo per cui una persona si va a bere un Martini in un determinato locale e non in altri.
L’assemblaggio di differenti Vermouth, qualche goccia di Bitter in aggiunta e perché no, anche un personale blend di Gin, possono poi portare il Martini a un livello di perfezione.
Shakerato
Il terzo stile è quello che riguarda il Martini Shakerato, una scelta interpretativa e tecnica in particolare americana. Non c’è nulla di sbagliato nello shakerare un Martini, purché lo si faccia nel giusto modo. Innanzi tutto, utilizzando un cobbler, lo shaker a tre pezzi o continentale, che porta veramente al minimo la diluizione e al massimo il raffreddamento.
Un Martini shakerato con Cobbler, quindi, non risulterà troppo diluito, ma avrà sicuramente un altro tipo di texture, preferibile o meno alle altre tecniche.
L’errore da non compiere è quello di “bondizzarsi” e shakerare il cocktail debolmente, con qualche cubetto di ghiaccio: la maniera “007” in un Martini è garanzia di un risultato poco soddisfacente, poco freddo e annacquato. Questa modalità lasciamola ai fan di Ian Fleming, creatore di James Bond.
Un cocktail personale
Insomma, il Martini è qualcosa di personale e non si può nemmeno imporre un proprio gusto in termini di servizio, perché anche qui le variabili sono talmente tante che è difficile anche solo elencarle.
In definitiva, è sempre meraviglioso sperimentare, quando si va in un nuovo locale, una nuova interpretazione, a conferma del fatto che un Martini stupisce sempre e, talvolta, può anche far cambiare idea sul modo in cui lo si preferisce.
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