di Giampiero Francesca | C’è un fascino indiscutibile nel vivere on the road gli immensi Stati Uniti. Il nostro viaggio all’insegna del bere Made in Usa parte dalla West Coast, a San Francisco, e, in particolare, dal vivace Mission District. Qui, in perfetta sintonia con il melting pot culturale dell’area, nasce il True Laurel, cocktail bar dalle atmosfere pop e dal servizio curato e puntuale.
Secondo progetto dello chef David Barzelay e del Bar Director Nicolas Torres, già ideatori del ristorante due stelle Michelin, Lazy Bear, questo bar si contraddistingue per la modernità del suo approccio, estremamente legato alla stagionalità e alla territorialità delle sue materie prime, che gli hanno valso la 17ª posizione nei North America 50 Best bars e il Ketel One Sustainable Bar Award nel 2024.
In questa tappa non possiamo esimerci dal provare il Laurel Martini, preparato con London Dry and Islay Gins, Vermouth Marriage, California Bay Tincture.
In Union Square troviamo invece uno dei simboli della miscelazione in città: il Pacific Cocktail Haven. Punto di ritrovo per la clientela locale o tappa immancabile per gli appassionati del bar, il locale di Kevin Diedrich fa dell’ospitalità la sua colonna portante. Simbolo di questo bar è l’ananas, icona internazionale di ospitalità sin dal1600. Lo stile di miscelazione qui ha una predilezione per gli ingredienti dell’Asia Pacifica, come il modernissimo pandan.
Scivolando lungo la Pacific Coast Highway raggiungiamo Los Angeles. Più che una città, L.A. è una distesa di case a perdita d’occhio, con strade infinte e distanze chilometriche, che ci inducono a provare solamente due bar: il primo è il Death & Co., gemello del celebre cocktail bar newyorkese, che con il lungo bancone della Standing Room ci accoglie come un’oasi nel caos della città degli angeli. In un’atmosfera elegante e vibrante, proviamo un paio dei loro “elegant and timeless” cocktail, la parte del menu che più si allinea allo stile del locale.
Il secondo è il Thunderbolt, nel quale il patio, i divani imbottiti di pelle marrone, le pareti dal caratteristico colore verde e gli sgabelli arancioni ricreano la tipica atmosfera della California del sud. Qui la miscelazione è moderna e ricercata, con preparazioni di laboratorio e un’attenzione particolare alla sostenibilità, tanto da meritare il Ketel One Sustainable Bar Award 2025. Iconico, e quindi da provare, il Jackfruit Thunderbolt, una variante di Julep dal gusto davvero inusuale.
Da Las Vegas a Phoenix
Addentrandoci nel deserto del Mojave, prima di raggiungere Las Vegas deviamo verso Yermo, un piccolo agglomerato di case nei pressi di Barstow dove, dagli anni Cinquanta, il Peggy Sue’s Diner rifocilla gli automobilisti che dalla California intraprendono il viaggio verso il Nevada. A spiegarci meglio l’anima della “Sin City” c’è uno dei miglior padroni di casa che questa città possa offrire: Francesco Lanfranconi.
È lui a raccontarci dei mille volti della città, dei ristoranti, dei bar, dei club e dei night, aprendo uno squarcio in quel (pesante) velo di finzione che la ammanta. È però lontano dalla Strip, dalle luci e dal caos, nella vera città di Las Vegas, che ci dirigiamo per provare il gusto di un buon cocktail all’Herbs and Rye, dove si possono gustare cibo grasso al punto giusto e cocktail di magnifica fattura.
Nel caldo afoso che toglie il respiro, dopo una breve quanto salvifica sosta nella meravigliosa Sedona, entriamo a Phoenix. Negli ultimi anni in questo centro dell’Arizona la cultura della miscelazione ha fatto breccia, ritagliandosi spazi sempre più ampi accanto ai classici American bar. Da provare è il Platform 18, un cocktail bar che riproduce fedelmente l’interno di una vecchia carrozza ferroviaria di lusso. Bello ed elegante, con un servizio impeccabile e una miscelazione moderna, questo cocktail bar è il perfetto manifesto per un movimento che trova sempre più spazio e idee a ogni latitudine.
New Orleans, il classico che non c’è più
New Orleans è una delle capitali storiche della miscelazione, ma è bene fare un piccolo disclaimer su questa città: chiunque sia appassionato di cocktail e la collega alla storia del bar si armi di pazienza, perché di quel French Quarter che ha visto nascere la miscelazione restano solo le spoglie, private della loro anima da un turismo di massa che ne ha spolpato le carni e il senso.
Quasi tutti i bar, compreso il bellissimo Carousel, sono trappole per turisti, con un servizio sbrigativo e una qualità di drink molto al di sotto della sufficienza. Unico bar storico che, almeno per la sua atmosfera si salva da questa ecatombe è il Sazerac Bar del Roosevelt Hotel. Il Sazerac qui è ovviamente di casa, ma il vero best seller, preparato dozzine alla volta con una tecnica unica, è il Ramos Gin Fizz. È d’obbligo poi una tappa in Bienville St, storica sede del ristorante Arnaud e dell’altrettanto celebre French75.
Qui assaporiamo due dei tanti cocktail simbolo della città e del locale, il Vieux Carré e, ovviamente, il French75, che però non brillano per gusto e bilanciamento. Al The Will & The Way, troviamo invece un’atmosfera divertente e uno stile che ci invogliano a entrare; qui il Dr. Manhattan, preparato con Bourbon alla Dr Pepper e rabarbaro, si rivela uno dei drink più interessanti.
Incoraggiati dalla piacevole scoperta usciamo dalla porta del The Will & The Way per entrare in quella del locale esattamente adiacente: il Peychaud’s at The Celestine. Il locale, piccolo ma molto curato, si presenta sin da subito con le migliori premesse. Il lungo bancone, la bella bottigliera, l’accoglienza calda e familiare, i ritmi di servizio posati ed eleganti: abbiamo trovato il nostro bar nel cuore di New Orleans. Il menu, fatto esclusivamente di classici, è una vera ciliegina sulla torta.
Optiamo dunque per una bevuta diversa da tutte quelle fatte fino ad ora (e da quelle fatte negli ultimi anni, per sincerità) scegliendo un Hurricaine, preparato a regola d’arte e con il sorriso sulle labbra. Lontano dalle rotte turistiche, attraversiamo il Garden District, elegante quartiere residenziale con le sue ville antiche e le sue storie di fantasmi e ci spostiamo poi nel quartiere delle università, l’area più genuinamente urbana di New Orleans dove Neal Bodenheimer ha aperto il suo Cure.
Lo stile del locale, moderno ma dai dettagli che si specchiano nel passato, è affascinante e curato, così come curata è l’accoglienza dei bartender. Il menù si compone di una breve lista di cocktail stagionali e alcuni best-seller. Proviamo una variante del Cocktail Martini “di stagione”. Il cocktail, interamente preparato in pre-batch, viene estratto direttamente dal congelatore e versato nella coppetta squisitamente brinata direttamente da una bottiglia magnificamente ghiacciata. Dai signature passiamo ai classici, prima per provare un vero Dry Martini e poi un Sazerac, realizzato con un imbottigliamento di Whiskey creato appositamente per il Cure.
Anche Washington ha il suo perché
A Washington D.C. la prima tappa è il Round Robin. Soprannominato lo Studio Ovale dei Bar, questo locale ha aperto i battenti nel 1847 a pochi metri dalla Casa Bianca. L’aria è vibrante, l’atmosfera vivace, il bar stesso sembra voler raccontare tutte le storie che lo hanno attraversato, mentre il sole filtra dalle grandi finestre lasciandoci senza parole. Svoltato l’angolo si giunge all’Old Ebbott Grill, tipico ristorante con pub vecchio stile. Non cercate signature e “alta” miscelazione: qui, dal bar escono solo classici. A pochi isolati di distanza sorge l’Eaton Hotel, struttura che cela al suo interno Allegory, cocktail bar simbolo della miscelazione moderna in città. Ad accoglierci nell’ampio quanto elegante locale è Deke Dunne, manager della struttura nonché ex portaborse di un governatore. Proviamo alcune creazioni del menù iniziando dal Saturday Morning Cartoons, un cocktail con bourbon, cognac, fagioli rossi, liquore al popcorn, zafferano e triple sec.
Che ci troviamo davanti ad un bar da “classifica” è abbastanza chiaro (non a caso Allegory è presente nel ranking dei Nord America 50 Best Bars): lo stile dei drink, le tecniche utilizzate, le modalità di servizio rispecchiano tutti i crismi che questo tipo di alta miscelazione richiede. Il gusto bilanciato e la bella atmosfera pop ci invoglierebbero a restare ma lo stesso Deke ci suggerisce di provare, prima di lasciare la città, il Service Bar.
Questo è il luogo di ritrovo di chi lavora nel settore, grazie ai suoi orari più lunghi rispetto gli altri. Puntiamo la sezione Full boded/Stirred e optiamo per un Julep. Il Presidential Julep, servito in una mug con la forma del volto di un presidente, è una versione che rispecchia quasi completamente quella classica, con la sola aggiunta di una “nitro-mint” al posto della menta.
Un ottimo drink per chiudere una magnifica giornata che ci ha permesso di scoprire una delle scene più interessanti del panorama statunitense.
New York, un viaggio nel viaggio

A New York servirebbero mesi per provare tutti i locali, vecchi e nuovi, e anni per capire l’anima più profonda della città. Iniziamo il nostro viaggio nel viaggio, allora, da un locale molto lontano dai percorsi classici e dai ranking internazionali: il Keen’s Steakhouse.
Il vecchio bar in legno scuro, dominato da un grande quadro che sovrasta il bancone, è affollato di clienti, tutti autoctoni, intenti a sorseggiare Manhattan e Martini. Proprio da grandi amanti di questo classico, passiamo al Martiny’s, dove proviamo il Caviar Martini servito ghiacciato con una generosa dose di caviale come side sulla iconica mano in legno. Accompagnando la bevuta con le magnifiche ostriche della casa il primo drink scorre via veloce portandoci ad un inevitabile bis.
Da qui ci spostiamo in uno dei templi del bar, l’Employees Only. Il locale è un simbolo della miscelazione in città, luogo di ritrovo per appassionati e clienti locali, famoso per la sua atmosfera da sempre brillante e coinvolgente. Per il pranzo del giorno successivo, optiamo per il Dante West Village, seconda apertura del celebre locale capace, nel 2019, di scalare la vetta dei The World’s 50 Best bars. Qui ci gustiamo uno dei grandi classici: il Garibaldi. La schiuma, la texture ariosa di questa variante rende ancor più piacevole questo intramontabile aperitivo.
Un altro locale fuori dagli schemi classici degli appassionati di settore si trova all’ultimo piano della Beekman Tower ed è l’Ophelia Lounge. Ci accoglie Amir Babayoff, manager della struttura, che, dopo un breve visita guidata, passa dietro al banco per farci provare alcune delle sue creazioni, caratterizzate dall’uso di una moltitudine di ingredienti perfettamente bilanciati l’uno con l’altro. Assaggiamo un variante di un Vodka Martini e di un Whiskey Sour.
A due passi dal Flat Iron Building proviamo poi un nuovo cocktail bar sulla bocca di tutti a New York: Shinji’s. Il piccolo e curatissimo locale, celato dietro un’anonima porta nera e dominato dal grande banco semicircolare, ha tutta l’aria di un club per gentiluomini. Pochi tavoli, voci basse e atmosfera pacata lo rendono il luogo perfetto per una serata intima e riservata. Jonathan Adler, il Beverage Director, ci porge un Hot Cold Toddy, shot “di benvenuto” preparato, per citare il menù, con “Scotch, Tea, Science and Magic”. Il drink, che gioca sulle sensazioni contrastanti di caldo e freddo, ben rappresenta l’idea di miscelazione di questo locale, ricercata e contemporanea, appassionante per l’intenditore e intrigante, anche per come viene proposta, per il neofita.
A seguire ci rechiamo in una delle aperture più importanti in città, una realtà insignita del premio Disaronno Highest New Entry Award 2025 dei Nord America 50 Best Bars: Sip&Guzzle. “Sip” e “Guzzle” sono due locali completante distinti, diversi per atmosfera e menù, situati al piano terra e nel sotterraneo di un palazzo del Greenwich Village. Il progetto nasce dalla collaborazione di Shingo Gokan, veterano del bar già ideatore di realtà come The SG Club, Speak Low e Sober Company, Steve Schneider, partner dell’Employees Only, e Mike Bagale, precedente Executive Chef di Alinea (n.15 nei The World’s 50 Best Restaurants del 2017). Guzzle è un vibrante cocktail bar dallo stile tutto americano, mentre Sip è un bar in perfetto stile giapponese, piccolo e riservato.
Un altro bar da non perdere è Bar Clemente, nuovo progetto del pluripremiato ristorante tre stelle Michelin, Eleven Madison Park, disegnato e dedicato all’artista contemporaneo Francesco Clemente. Nel menù spicca una magnifica variante del Vesper Martini, il Clemente Martini (Altamura Vodka, Gin, curry verde e zafferano).
A New York è poi d’obbligo una tappa all’Attaboy, nato nel 2012 negli spazi che furono del celeberrimo Milk&Honey di Sasha Petraske. Piccolo, quasi angusto, questo bar è sempre al completo, costringendo gli avventori che vogliono provare la sua esperienza a lunghe file. L’assenza di un menù vero e proprio, da molti criticata, ci chiama a un gioco d’intesa con il bartender che, di volta in volta, reinterpreta i nostri desiderata.
A poca distanza dall’Attaboy c’è il Double Chicken Please, una delle rivelazioni del panorama più recente. Una volta entrati, ciò che ci attende è un primo bar con una lunga selezione di drink alla spina, ideale per chi vuole una bevuta facile e veloce dopo il lavoro. Il secondo bar, invece, curatissimo nella sua radica lucida ed elegante, propone uno stile di servizio orientaleggiante e un’atmosfera piacevolmente sospesa.
Nell’ultima giornata del nostro lungo viaggio americano proviamo il Superbueno, locale in stile messicano che è stata la rivelazione degli ultimi Nord America 50 Best Bars, con il suo secondo posto. Ignacio “Nacho” Jimenez, responsabile della struttura, ci racconta di come, di giorno, il bar sia un vero luogo di ritrovo degli abitanti del quartiere, trasformandosi poi di notte.
Uno dei grandi classici qui è il Mole Negroni (Mezcal lavorato in fat-wash con mole, Bitter al carciofo, amaro, Vermouth rosso e xocolatl bitters). A pochi passi c’è anche lo Schmuck, aperto da Moe Aljaff e Juliette Larrouy, già ideatori del celebre Two Schmucks di Barcellona. Schmuck si compone di una piccola saletta, quasi interamente dominata dal grande sharing-table e dal piccolo banco bar. Come in un luogo asettico in cui sperimentare, assaggiamo un paio di creazioni, fra cui spicca una variante del Ramos Gin Fizz dal gusto piacevolmente deciso.
Per le nostre ultime ore in America scegliamo, infine, l’Experimental Cocktail Club e il George Bang Bang. Il primo locale, in realtà, lo conosciamo bene, perché abbiamo già visitato il suo capostipite parigino e frequentato più volte la sua “variante” veneziana. Si trova nel sottoscala di un palazzo e segna il rientro in “famiglia” di Nico De Soto che fu, ai tempi, head-bartender dell’omonimo locale a Parigi.
In omaggio alla capitale francese optiamo per il Tarte Tatin, cocktail con Calvados, Sherry Oloroso, caramello, burro nocciola e succo di mela. Il George Bang Bang è il primo vero speakeasy di questo viaggio, il cui nome deriva da un detto coreano, “Joji na bang bang”, traducibile come “Fatti i fatti tuoi”.
Quasi come metaforica chiusa del viaggio, forse per la prima volta, siamo soli al banco e optiamo per il Don “Micheal” Corleone, con Bourbon lavorato in fat-wash con bacon, Dubonnet, Maple Syrup, Angostura Bitters e affumicatura al rosmarino. Complice la nostalgia di fine avventura, lo stile di miscelazione ci ricorda quello molto in voga alcuni anni fa, ma il gusto è buono e rappresenta il fine serata che apprezziamo di più.
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